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Pensieri sull'anglocentrismo dell'informatica
2021-11-04

Premetto che ciò che segue non è il risultato di ricerche particolari, ma solo qualche idea probabilmente non troppo originale che mi frulla per la testa da un po’. A spingermi a metterle per iscritto sono stati questo toot e un post di nytpu su gemini (imagining a localized programming languagemirror http).

Linguaggi di programmazione

Per prima cosa vorrei trattare il lato più semplice della questione: ha senso internazionalizzare i linguaggi? Direi che i problemi che un’egemonia linguistica potrebbe causare sono due:

Una soluzione elegante al primo problema è l’impiego di nomi puramente simbolici: si vedano APL e il λ-calcolo. In ogni caso non penso che avere una manciata di termini da imparare a memoria sia un grande ostacolo, soprattutto se la documentazione invece è tradotta (ma su questo torneremo più avanti).

Più interessante è il secondo punto. Anche qui però ritengo che non ci sia molto di cui preoccuparsi: anche ammettendo che la lingua naturale influenzi il design dei linguaggi di programmazione, gli informatici non anglofoni difficilmente pensano in inglese, quindi non sarebbero limitati da questo punto di vista. Una volta concepita l’idea, tradurla in inglese non è un problema: se necessario è perfettamente accettabile forzare le norme della lingua per adattarle al caso specifico. Ne è un chiarissimo esempio il costrutto if-then-else, che nel parlato è inesistente: if-then-else had to be invented.

Documentazione

Non penso di dire niente di controverso affermando che il nocciolo della questione non è il codice, ma tutto ciò che lo circonda. Dalla documentazione dei linguaggi agli articoli accademici passando per i manuali di teoria e programmazione: la stragrande maggioranza delle risorse sono in inglese, e le traduzioni, quando presenti, lasciano spesso a desiderare. Senza contare che nei contesti in cui i cambiamenti sono frequenti mantenere allineate le diverse versioni è un lavoro che consuma tempo ed energie, richiede dei “traduttori di riferimento” (non ci si può aspettare che un programmatore che modifica una funzione poi aggiorni la documentazione associata in tutte le lingue) e che probabilmente viene percepito come di scarsa utilità da quelli che sarebbero in grado di farlo – una causa persa, insomma.

Oltre l’informatica

Viene da chiedersi: ma è davvero un problema? Se tutti scriviamo nella stessa lingua (o traduciamo nella lingua comune ciò che produciamo), imparare una sola lingua permette di avere accesso ad una quantità molto più elevata di informazioni di quanto sarebbe possibile altrimenti. Per esempio, personalmente il mio utilizzo di Wikipedia in italiano si limita perlopiù ad un dizionario italiano-inglese per termini tecnici: una volta trovata la pagina che sto cercando, clicco immediatamente sul link per la versione inglese.

La verità è che a questo io, come del resto immagino molti altri, non sono disposto a rinunciare. La monocultura linguistica consente l’interscambio di informazioni tra persone che hanno un unico tratto in comune, aver imparato la lingua franca1.

D’altro canto riconosco comunque che un problema c’è, e si chiama inglese. O in un’altra linea temporale tedesco, francese, latino: affidare questo ruolo fondamentale a strumenti di comunicazione ambigui, confusionari, irregolari e difficili da imparare è un grandissimo errore. Abbiamo la possibilità2 di correggere la situazione, ma per inerzia di noi “sudditi culturali” ormai rassegnati alla necessità di imparare la lingua straniera, e per il peso politico dei “conquistatori” che mai si sognerebbero di abbandonare la posizione di vantaggio, dobbiamo tenerci l’inglese.

Non vedo come la situazione potrebbe migliorare in futuro: a costo di eccedere di drammaticità, direi che calza a pennello questa frase di Seneca:

Levis est malitia, saepe mutatur, non in melius sed in aliud
[Il male è incostante, muta spesso, non in meglio ma in altro]

Magari dopo la prossima guerra ci ritroveremo a parlare cinese, ma proprio non riesco a concepire un mondo in cui un italiano può comunicare in lojban3 con un russo. Umana perfettibilità? Primato della ragione? Ma dove?

Quando ho iniziato a scrivere non pensavo che avrei concluso tra sproloqui pessimistici, meglio chiudere prima di combinare altri danni ;)


  1. Un altro vantaggio, meno significativo, è che non è necessario eseguire ricerche in tutte le lingue che si conoscono: cercare in inglese dà una ragionevole certezza di aver trovato tutto quello che c’è da sapere.↩︎

  2. Se un oculista dell’Ottocento è riuscito a creare la lingua artificiale più usata al mondo, l’esperanto, direi che dovremmo essere perfettamente in grado di progettare oggi una conlang passabile.↩︎

  3. Ho scelto lojban come esempio senza nessun criterio particolare, non sto suggerendo di usarlo come seconda lingua univesale. Anche perché non è stato progettato per questo.↩︎



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